Pacific Trash Vortex - Il mio mondo

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Pacific Trash Vortex

Gli uccelli dell'isola di Plastica

Articolo del 07 marzo 2014

Le immagini terribili che seguono sono state scattate dal fotografo Chris Jordan su un’isola remota dell’Oceano Pacifico chiamata Midden Atoll. Come suggerisce il nome stesso, questo atollo si trova esattamente a metà tra il Nord America e l’Asia, a più di 2000 miglia dalla costa più vicina.

E’ fino a qui che arriva gran parte della spazzatura generata dal consumismo planetario, nel posto più impensabile, su un’isola sperduta dove da sempre trovano il loro habitat naturale numerose colonie di albatros, i quali purtroppo stanno rimanendo decimati proprio a causa dei rifiuti che hanno invaso l’atollo: durante i primi mesi di vita, i pulcini vengono sfamati dai genitori che spesso confondono la spazzatura che galleggia nel mare per cibo. Accade così che gli albatros si ritrovino inconsapevolmente ad essere gli stessi carnefici dei loro piccoli, i quali nel giro di poco tempo muoiono a causa di tutta la spazzatura erroneamente ingerita.

Una tragedia che sta mettendo a rischio la sopravvivenza di una specie animale già fortemente minacciata dalla possibilità di estinzione. La verità è che i colpevoli di questa strage siamo noi: i nostri rifiuti infatti, una volta in mare subiscono la forza delle correnti oceaniche e vengono spinti in un vortice dove finiscono per accumularsi in una sorta di isola galleggiante dalle linee ben definite (come ad esempio quella conosciuta con il nome di Great Pacific Garbage Patch, grande due volte il Texas, leggi L’isola di plastica del Pacifico). Queste “isole” sono composte da una concentrazione eccezionalmente alta di plastica, liquami chimici e altri rottami che rimangono intrappolati nelle correnti del Pacifico.

Nel 2009 Chris Jordan ha deciso di denunciare la gravità del fenomeno realizzando un reportage fotografico molto forte che ritrae le condizioni in cui versano questi animali, sia da vivi e agonizzanti, che da morti. In particolare le foto che vedrete testimoniano lo scioccante contenuto dello stomaco di questi uccelli che – ricordiamo – vivono in uno dei santuari marini più remoti del pianeta.

Purtroppo il nostro sconsiderato consumo di plastica sta letteralmente sterminando i cuccioli di questi magnifici uccelli di mare, che in normali circostanze vivrebbero fino a 50 anni, e anche oltre.

Le foto che seguono sono il racconto terribile del danno che tutti noi stiamo commettendo nei confronti della natura e rappresentano uno dei tanti motivi per cui riciclare è così importante.

 
 


Il documentario di Angela Sun

Articolo del 26 febbraio 2014


Un viaggio di sette anni per conoscere e combattere l’isola di plastica del Pacifico, la Great Pacific Garbage Patch, scoperta nel 1997 ma nata da almeno quarant’anni.

Lo ha intrapreso Angela Sun, surfista, subacquea e amante dell’oceano, che ha trasformato la sua avventura in un documentario: “Plastic Paradise: The Great Pacific Garbage Patch”. La sua ricerca su quell’isola e sul perché la gente dovrebbe preoccuparsi della plastica, è oggi diventata una pellicola che sta facendo il giro di numerosi festival. Un viaggio illuminante sulle conseguenze della plastica sulla salute e sull’ambiente, soprattutto sulla vita marina.

Di fianco, una presentazione del documentario (in inglese)


IL MARE INVASO DALLA PLASTICA

Articolo dell'11 MARZO 2011

Dall’America importiamo spesso nuove mode, vestiti, diete, modi dire (ricordiamo tutti la parodia di Alberto Sordi quando imitava un inglese maccheronico). Mai avremmo pensato di imitarne anche i difetti più pericolosi e biechi.

E’ recente notizia che anche nel Mediterraneo si sta creando un Pacific Trash Vortex nostrano.
Il Census of Marine Life è uno studio che si sta sviluppando da una decina d’anni in 25 aree marine in tutto il mondo e ha messo in evidenza come il Mediterraneo sia a rischio, data la altissima concentrazione di petrolio e plastica. Le acque che bagnano l’Europa mediterranea sono abitate da biodiversità di inestimabile valore. La quantità di pesci, alghe e altre specie marine è messa in serio pericolo dalle condizioni in cui il mare versa.. Non solo l’incuria di ciascuno di noi. Quante volte vi è capitato di vedere i litorali profondamente segnate dal passaggio dell’uomo? Più di 400 tonnellate di riufiuti si trovano in mare, causando danni a tutto l’ecosistema marino.  I grossi pesci scambiano i sacchetti che fluttuano in mare per cibo e li ingeriscono, soffocando. Le tartarughe marine li scambiano per meduse e quindi per cibo. Altri agenti inquinanti delle nostre spiagge sono le sigarette e mozziconi, bottiglie e lattine abbandonate. Speriamo sia superfluo sottolineare che i tempi di biodegradabilità di questi riufiuti sono estremamente lunghi.  Anche il traffico navale contribuisce fortemente nella crescita dell’inquinamento: forse non tutti sanno che ben il 60% delle petroliere transita nel Mediterraneo e qui vi si registra il 27% delle attività legate alla raffinazione del così detto oro nero.

Ci teniamo a far passare questo messaggio: non possiamo chiudere gli occhi davanti a questo scempio. Ognuno di noi può fare qualcosa di concreto e non possiamo aspettare che siano sempre i politici a prendere provvedimenti, con restrizioni, sanzioni e leggi. In natura tutto è legato e anche le nostre azioni influiscono: se prendiamo l’abitudine di raccogliere i nostri rifiuti e di fettarli correttamente nei cestini; se evitiamo di disperdere i sacchetti di plastica che ancora circolano (e qui ci colleghiamo all’importanza di abolire totalmente le shoppers); se cerchiamo di ridurre i consumi di petrolio adottando sistemi di energie alternative, forse possiamo ancora sperare di arrivare al fatidico giro di boa del non ritorno.

Un continente di plastica minaccia l'Italia


Da tempo si parla del continente spazzatura al largo dell'Oceano Atlantico, considerandolo, si pericoloso, ma lontano. L'allarme però, secondo i rilevamenti di Legambiente, si sarebbe spostato alle nostre latitudini. Nel mare tra Italia, Spagna e Francia infatti, ci sarebbe una concentrazione di plastica tale da superare persino quella del famigerato "fratello maggiore", il garbage Island.
Dati preoccupanti emergono del rapporto su "L'impatto della plastica e dei sacchetti sull'ambiente marino", realizzato da Arpa Toscana e dalla struttura oceanografica Daphne di Arpa Emilia Romagna su richiesta di Legambiente.
Secondo il dossier, che sintetizza i principali studi scientifici sull'inquinamento da plastica in mare, tale materiale rappresenterebbe la principale minaccia per le nostre acque poichè costituisce dal 60% all'80% del totale dell'immondizia trovata in mare. Questo dato che, in alcune aree, raggiunge persino il 90-95% del totale anche in Italia starebbe dunque sfiorando livelli gravissimi. Il monitoraggio, infatti, effettuato dall'Arpa Toscana nell'arcipelago toscano ha evidenziato come in un'ora siano stati prelevati dai pescatori con reti a strascico 4 kg di rifiuti, di cui il 73% costituito da materiale plastico, soprattutto sacchetti.
Questi dati, ha dichiarato Legambiente, «potranno rappresentare un utile contributo per il Ministero dell'Ambiente, che dovrà rispondere alla richiesta di chiarimenti della Commissione europea sul bando italiano degli shopper».
Le buste di plastica non biodegradabili, infatti, continuano a soffocare i nostri mari minacciandone flora e fauna. E se la grande distribuzione si è ormai allineata con le direttive ministeriali, che dal primo gennaio 2011 hanno vietato l'utilizzo delle shopper, la piccola distribuzione stenta ancora a farlo.
Ma la situazione purtroppo non appare più confortante neppure nel resto del Mediterraneo dove, in base agli esiti di International Coastal Cleanup, tra il 2002 e il 2006 i sacchetti di plastica sono risultati il quarto rifiuto più abbondante dopo sigarette, mozziconi e bottiglie.



Pacific Trash Vortex


Non è noto a tutti cosa sia il Pacific Trash Vortex (detto anche Great Pacific Garbage Patch), ma con questo termine si identifica un’isola mobile di spazzatura che galleggia nell’Oceano Pacifico.
Questo enorme agglomerato di spazzatura è composto per l’80% di plastica e il restante 20% è di materiali di varia natura e provenienza che, trascinati dalle correnti, si sono accumulati in un’area oceanica di circa 15 milioni di km2 (per dare dei riferimenti, è un’area vasta come Spagna e Portogallo messi assieme) e profonda 30 metri. I detriti, si stima, hanno un peso complessivo di oltre 100 milioni di tonnellate.
Le sue origini si fanno risalire agli anni ’50, a causa dell’azione della corrente oceanica Vortice del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), il cui andamento a spirale in senso orario attira nel suo vortice ogni oggetto galleggiante e lo convoglia nella stessa area, aggregandoli. Il Vortice del Nord Pacifico è vasto 34 milioni di km2 ed è formato da quattro correnti principali, provenienti da 4 zone diverse dell’oceano. Il suo centro è noto come “Horse Latitude” (Latitudine dei Cavalli), famoso per la sua calma e stazionarietà. In quest’area, in cui i venti sono scarsi, gli antichi galeoni spagnoli diretti nelle Americhe venivano alleggeriti del proprio carico, gettando in mare anche i cavalli destinati alle colonie. Oggi quest’area è il punto di maggior accumulo di rifiuti e detriti.
Ovviamente, i detriti di natura biologica si decompongono nei tempi dettati dalla loro stessa natura, ma i rottami marini e la plastica si stanno accumulando inesorabilmente, senza venire smaltiti o disciolti dal moto marino o dall’acqua salata. A peggiorare la situazione si aggiunge la fotodegradazione della plastica che si degrada fino a sciogliersi, ma si disintegra in pezzi sempre più piccoli, fino a raggiungere la dimensione dei polimeri, notoriamente difficilissimi da biodegradare. La rottura della plastica in particelle costituisce un danno per le biodiversità marine incalcolabile. Per esempio, alcuni esseri viventi nell’oceano (come le meduse) scambiano la plastica per zooplancton e se ne nutrono. Ciò significa che questi polimeri vengono introdotti nella catena alimentare, con il mercato ittico. Si pensi che nel 2001 la quantità di plastica presente nell’oceano era di 6 volte superiore allo zooplancton.
La maggior parte dei rifiuti è costituita da oggetti contenuti nei container trasportati dalle navi cargo, che talvolta cadono in mare. Alcune di queste dispersioni sono diventate famose, come quella del 1990 in cui la Nike ha disperso scarpe da ginnastica che sono state ritrovate nei tre anni successivi sulle spiagge di alcuni stati americani. Un altro celebre incidente ha riguardato papere di plastica da bagno. In questo caso, però, a parte il danno ambientale causato dalla dispersione delle papere è stato utile per lo studio delle correnti oceaniche su scala globale, integrando le informazioni già in possesso degli esperti. In questi anni si sono costituite diverse squadre d’azione per la pulizia del Pacific Trash Vortex, ma la vastità dell’area non consentono di ottenere risultati nell’immediato. E’ importante quindi che tutti si rendano conto che l’inquinamento di un’area è responsabilità di tutti ed è importante che tutti, nel loro piccolo, adottino comportamenti di civiltà ecologica.




Il “Settimo continente”: la nuova minaccia ambientale arriva dal Pacifico


Lo chiamano il “Settimo continente”. E purtroppo non è una bella scoperta. Dopo dieci di ricerca affannosa i membri dell’Algalita Marine Research Foundation (Amrf), un’organizzazione ecologica statunitense basata in California, hanno scoperto una placca gigantesca di detriti di plastica immersa nell’Oceano Pacifico, tra le coste di Hawai e il Nord America. Calcolatrice alla mano, gli scienziati di Amrf confermano gli allarmi lanciati negli ultimi anni da Greenpeace (ma mai comprovati da dati statistici) mettendo a nudo una minaccia ambientale spaventosa estesa su oltre 3,5 milioni di chilometri quadrati (dodici volte l’Italia) con un volume pari a 3,5 milioni di tonnellate. “Dai nostri rilevamenti” sostiene il direttore scientifico Marcus Eriksen, “tra il 1997 e il 2007 la massa di detriti si sarebbe triplicata e potrebbe moltiplicarsi per altre dieci volte da qui 2030? fino a raggiungere quota 30,5 milioni di chilometri quadrati (una superficie undici volte superiore a quella dell’Unione Europea). Le cifre sono tanto più spaventose che questa parte dell’Oceano Pacifico è nota per l’assenza di traffico marittimo intenso. Purtroppo la scienza non aveva fatto i conti con correnti devastanti che, al pari di un maelstrom, inghiottono le tonnellate di detriti rilasciate dall’uomo lungo le coste del Pacifico. Il fenomeno è così intenso che il rapporto tra il volume di plastica e quello di placton sarebbe di sei a uno. “Ora”, ricorca il quotidiano spagnolo Abc, “la plastica non è biodegradabile (la sua durata di vita supera in media i 500 anni) e con il passare degli anni i detriti si disgregano in piccoli pezzettini fino a formare una specie di massa di sabbia plastificata che pesci e uccelli marittimi confondono facilmente con del cibo”. Secondo Greenpeace, il nuovo regime alimentare avrebbe già intossicato 267 specie. Una minaccia insidiosa per l’essere umano, la cui irresponsabilità ambientale è testimoniata dai dati raccolti dall’American Association for the Advancement of Science secondo la quale il 40% degli oceani è gravemente inquinato.



Fonti:
www.ecogreentips.org
www.nuovasocieta.it
www.freeforumzone.leonardo.it
www.comune-info.net


 
 
 
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